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Ecco com’è nato il Progetto Ecoleghe proposto da Synergie Group

August 30, 2017

 

I Problemi ambientali e di salute legati ai processi produttivi del comparto metallurgia, e specificatamente derivanti dalle Polveri di fabbricazione dell’acciaio, hanno favorito l’idea di intervenire a supporto delle stesse acciaierie, proponendo loro un’innovativa tecnologia Clean-Tech capace di trasformare un pericoloso materiale di scarto in materia nobile per la produzione di ulteriore acciaio, recuperarando dalle stesse polveri il 100% dei metalli, in forma di Ferroleghe, nonchè l’Ossido di Zinco dai fumi con un grado di purezza del 97%.

Inoltre, il metodo di intervento studiato da Synergie Group ed offerto alle acciaierie clienti, permette a queste ultime di non investire quattrini in tecnologie ed essere a norma con le leggi ambientali.

Infatti, attraverso il montaggio dei Centri di Riciclaggio, all’interno dei siti produttivi siderurgici, e la gestione degli stessi da parte di Synergie Group, le acciaierie riescono a recuperare i metalli dalle proprie polveri, ma a costo zero. Non solo, il prodotto che fuoriesce dal Centro di Riciclaggio, come accennato sopra, risulta essere la materia prima utilizzata dall’acciaieria, che accetti il servizio offerto da Synergie Group, trasformando quindi uno scarto di produzione, attualmente gettato in discarica e causa di gravissimi problemi ambientali e di salute pubblica, in una materia prima riciclata per la produzione di ulteriore acciaio.

Questa è la filosofia del progetto ecosostenibile elaborato e redatto da Synergie Group, denominato “Progetto Ecoleghe”, derivante dalla pressante necessità di trovare soluzione a questa gravissima problematica ambientale, al fatto che non vi sono leggi sufficientemente chiare per risolvere il problema dello smaltimento delle stesse polveri ed alla comprensibile reticenza da parte delle acciaierie ad investire in ulteriori macchinari per favorire un loro processo produttivo ecosostenibile.

Infine, il “Progetto Ecoleghe”, diventa motore propulsivo per promuovere attività ambientali, legate al concetto di Economia Circolare e Resiliente (La Reconomia), il futuro della cultura e dell’agire umano per poter sopravvivere e convivere con il nostro Pianeta.

 

Per maggiori informazioni, qui di seguito vi riportiamo un articolo de LA STAMPA del 01 luglio 2016, circa i problemi ambientali causati dalle polveri di produzione dell’acciaio.

 

 

 

L’Europa ed il problema ambientale causato dalle acciaierie

 

Solo nel 2012 il comparto acciaio ha causato almeno 60 miliardi di euro di danni, causando emergenze sanitarie e morti in tutta Europa. E pare non volersi fermare. Stavolta la minaccia non è il terrorismo o la mafia. Bensì un killer invisibile: l'aria infestata dalle fabbriche. A cominciare dalle acciaierie. Comparto industriale tra i più inquinanti, quello siderurgico, pare deciso a farci pagare con la salute il metallo che finisce nei nostri elettrodomestici, automobili, palazzi, ponti, treni, navi e armamenti. Oltre che negli armamenti. I cittadini europei rischiano di accollarsi altre centinaia di milioni di euro in costi sanitari a causa delle manovre effettuate dietro le quinte dalle aziende del settore siderurgico per ammorbidire i vincoli Ue anti-inquinamento in vigore dal 2016. Finora sono gli italiani a pagare il conto più salato, insieme a inglesi, francesi, tedeschi e polacchi, a causa della contaminazione atmosferica generata dall'industria (siderurgica e non solo). Dal 2008 al 2012, i contribuenti della penisola hanno perso almeno 23 milioni di euro in cure, giorni di malattia e tagli di reddito derivante dal decesso di famigliari lavorativamente attivi. L'importo comprende sia le spese a carico sia i rimborsi delle casse previdenziali foraggiate col prelievo fiscale. Lo dicono i dati dell'Agenzia ambientale europea.

 

L'Ue ha tentato di rimediare con la Direttiva sulle emissioni industriali che prevede nuovi vincoli per i grandi inquinatori. La normativa è stata approvata nel 2010 dall'Europarlamento, l'istituzione europea che dovrebbe esercitare il controllo democratico sulle decisioni e rappresentare gli interessi dei cittadini. E una vita sana è sicuramente il primo interesse di chiunque. Il testo di legge, a ben vedere, assomiglia però a un assegno in bianco. Gli eurodeputati hanno votato solo un generale obbligo a inquinare meno. Ma è poi l'industria che, di fatto, decide in che misura rispettarlo. È come dire: non passare col rosso, però puoi spegnere il semaforo. Anziché blindare nella stessa Direttiva le soglie d'inquinamento, i legislatori europei hanno delegato il compito a una serie di comitati tecnici. Spetta a loro prescrivere le più avanzate tecnologie disponibili sul mercato per migliorare la qualità dell'aria, indicando per ciascuna il livello di emissioni da rispettare. È stato istituito un comitato per ogni comparto industriale: uno appunto per l'acciaio e altrettanti per la chimica, l'alimentare, l'energia termo-elettrica, e così via. È poi la Commissione europea a rendere vincolanti le loro prescrizioni, attraverso una decisione ufficiale. “Il sistema mira a consentire un agile adeguamento normativo al passo col progresso tecnologico, evitando di passare ogni volta per le lungaggini dell'iter parlamentare”, commenta in via anonima un funzionario della direzione ambientale alla Commissione europea. Un metodo ottimo in teoria. Ma tradito nella pratica. Il paradosso, infatti, è che i comitati tecnici sono composti quasi esclusivamente dalle stesse aziende campionesse di inquinamento e dai governi che le spalleggiano per difendere l'economia nazionale, come dimostra l' elenco dei membri del comitato sull'acciaio che abbiamo ottenuto in via confidenziale. In particolare, le regole Ue sulla nomina dei membri dei comitati non prevedono la partecipazione di consulenti indipendenti. Inoltre, pochi rappresentanti della società civile siedono nei comitati per far da contrappeso agli industriali. "Siamo l'unica ONG coinvolta. Preoccupante è il fatto che gli Stati membri, che hanno maggiore voce in capitolo, sono infiltrati dalle lobby del settore ", dichiara Christian Schaible, delegato dell'Ufficio ambientale europeo, federazione ambientalista con sede a Bruxelles (EEB). In seno al comitato sull'acciaio, afferma, "le lobby della siderurgia hanno esercitato pesanti pressioni sulla segreteria del comitato per impedire il rafforzamento dei requisiti tecnici per il rilascio delle licenze ambientali ai sensi della nuova normativa Ue". I colossi della siderurgia si sono così ritrovati col coltello dalla parte del manico, e ne hanno approfittato per boicottare le tecnologie più sostenibili, che sono anche quelle più costose. L'idea di investire una quota dei loro profitti per inquinare meno è specialmente sgradita alle acciaierie europee, indebolite dalla crisi, dalle salate bollette energetiche e da concorrenti extra-europei (soprattutto cinesi) non soggetti ai medesimi oneri ecologici. "Nell'attuale contesto molti impianti non sono redditizi e quindi difficilmente possono permettersi un ulteriore aumento dei costi ambientali che sono già abbastanza alti", spiega Thorsten Hauck, capo dipartimento presso il VDEh-Betriebsforschungsinstitut (BFI), un istituto tedesco di ricerca sulle tecnologie per la fabbricazione dell'acciaio, con sede a Düsseldorf. Nel 2012 il comitato per l'acciaio ha quindi deliberato che gli impianti esistenti possono derogare all'obbligo di introdurre una delle ultimissime tecnologie di punta disponibili sul mercato : il cosiddetto meccanismo dei “filtri a maniche”. Si tratta di un innovativo procedimento che permette di minimizzare gli scarichi in atmosfera durante la preparazione del materiale ferroso da cui viene estratto l'acciaio negli altiforni. Da quest'operazione proviene oltre il 50% degli inquinanti più pericolosi di un impianto siderurgico tradizionale , ossia le polveri sottili, anche dette particolato (PM).

 

Le polveri sono microscopiche gocce di composti chimici che, se inalate, inducono malattie respiratorie, cardiovascolari, cancerogene e di altro tipo, spesso letali . Solo nel 2011 hanno provocato 430.000 decessi precoci nell'Ue , di cui quasi 65.000 in Italia. La siderurgia è la seconda principale fonte di polveri in Europa (circa 20.000 tonnellate all'anno) dopo il settore energetico (935.000 tonnellate), su un totale di 990.000 tonnellate emesse da tutta l'industria europea nel 2013, secondo i dati del Registro Ue delle sostanze inquinanti . Ora, i filtri a maniche sono quasi tre volte più efficaci dei tradizionali “filtri elettrostatici", strumenti ormai obsoleti ma tuttora usati nella maggior parte delle acciaierie europee. "Le componenti più minuscole (e più dannose) delle polveri, al centro dell'attenzione nel corso degli ultimi anni, sono difficili da catturare mediante i soli filtri elettrostatici a causa delle loro caratteristiche fisiche e chimiche", spiega Hauck. Grazie ai filtri a maniche è invece possibile ridurre del 60% le polveri rilasciate durante la preparazione del materiale ferroso. 

 

Il documento finale del comitato sull'acciaio del 2012 ha stabilito tuttavia che l'utilizzo dei filtri a maniche non è obbligatorio se ritenuto “non applicabile” da ogni singola acciaieria che, in tal caso, potrà continuare a usare i filtri elettrostatici. "La formulazione della deroga è così vaga che solleva di fatto le acciaierie dalla necessità di investire in filtri a maniche, senza alcuna vera limitazione, fintantoché i governi non fanno obiezioni", afferma Sebastian Plickert, rappresentante dell'Agenzia ambientale tedesca in seno al comitato sull'acciaio. La valutazione sull'applicabilità della nuova tecnologia viene infatti lasciata, caso per caso, alla discrezionalità delle autorità di controllo nazionali che da quest'anno devono rinnovare le licenze ambientali alle acciaierie in base alle nuove regole. A spalleggiare la crociata anti-ecologica della siderurgia europea nel 2010 è stato proprio il governo italiano, come si evince dai rapporti interni del comitato . Che l'obiettivo fosse quello di far risparmiare enormi costi di riconversione ambientale all'ILVA di Taranto è un'ovvietà, visto che si tratta della più grande acciaieria ancora operativa in Italia che avrebbe dovuto introdurre i filtri a maniche. Ma l'Italia non è l'unica pecora nera. Delle 30 acciaierie sparse in Europa solo poco più di una decina, per lo più in Germania e Olanda, hanno già installati i filtri a maniche. A causa della obsolescenza tecnologica della siderurgia, almeno 3.800 tonnellate di polveri in eccesso hanno riempito i polmoni degli europei in questi ultimi quatto anni, stando alle stime di Plickert. Tale cifra rappresenta meno dell'1% della gigantesca cappa di particolato che ricopre le nostre città, causata per lo più dai consumi domestici e dal traffico stradale prima ancora che dall'industria (che ne è responsabile all'incirca per il 25%). Seppur irrisoria, l'eccedenza di polveri rilasciate dalle acciaierie contribuisce comunque a mantenere elevato il livello di concentrazione di particolato negli agglomerati urbani europei, dove spesso viene superata la soglia di guardia prevista dall'Organizzazione Mondiale della Sanità .

Per ogni tonnellata aggiuntiva di particolato, l'insieme gli euro-cittadini pagano ogni anno una “fattura medica” che ammonta ad almeno 23mila euro. Il surplus di polveri accumulate dalla siderurgia europea nell'arco di soli 6 anni avrebbe quindi un costo potenziale per la collettività di circa 524 milioni di euro. Un importo superiore agli appena 460 milioni che le acciaierie non ancora conformi dovrebbero sborsare per passare al meccanismo dei filtri a maniche. Gli esperti calcolano infatti un investimento medio di 23 milioni per impianto. A conti fatti, milioni di risparmi e fondi pubblici andrebbero persi per salvaguardare gli interessi economici di pochi. Ciò nonostante, la Commissione europea sempre nel 2012 ha avallato il diktat delle lobby della siderurgia, legalizzandolo in una formale decisione.

 

Secondo la federazione europea delle acciaierie (Eurofer), basata a Bruxelles, la decisione è in linea con la normativa Ue. "La Direttiva sulle emissioni industriali sancisce che occorre tenere conto non solo della tecnologia utilizzata ma anche del modo in cui l'impianto è stato progettato," commenta Danny Croon, direttore delle questioni ambientali a Eurofer. La stessa Commissione europea ha confermato di essersi attenuta alla procedura prevista dalla Direttiva. Bruxelles chiude gli occhi, salvo poi lanciare procedure d'infrazione contro i governi a disastro ormai compiuto. Come è successo nel 2013 con l'Ilva di Taranto che, per rispondere alle pressioni Ue, si è dovuta impegnare a introdurre i filtri a maniche entro la fine del 2016. "Le industrie che inquinano e provocano danni ambientali rilevanti, vanno monitorate con attenzione e devono essere fatte oggetto di particolari normative per prevenire e riparare ai danni miliardari che causano ai sistemi sanitari europei ed ovviamente ai cittadini stessi", commenta Nicola Caputo, euro-deputato del Partito democratico e membro della commissione euro-parlamentare sull'ambiente. Possiamo solo ipotizzare che segrete macchinazioni, come quelle orchestrate dall'industria siderurgica, abbiano avuto luogo anche all'interno dei comitati tecnici competenti per gli altri comparti industriali.”

 

 

 

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